<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?> <feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xml:lang="it"> <generator uri="https://jekyllrb.com/" version="4.4.1">Jekyll</generator> <link href="https://6michelestingo9.github.io/it/feed.xml" rel="self" type="application/atom+xml"/> <link href="https://6michelestingo9.github.io/it/" rel="alternate" type="text/html" hreflang="it"/> <updated>2026-10-07T14:45:17+02:00</updated> <id>https://6michelestingo9.github.io/it/feed.xml</id> <title type="html">Oggetti Smarriti</title> <subtitle>appunti per i curiosi e per chi si distrae facilmente</subtitle> <author> <name>Michele Stingo</name> </author> <entry xml:lang="it"> <title type="html">Festina lente</title> <link href="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/festina-lente/" rel="alternate" type="text/html" title="Festina lente"/> <published>2026-10-06T00:00:00+02:00</published> <updated>2026-10-06T00:00:00+02:00</updated> <id>https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/festina-lente</id> <author> <name>Michele Stingo</name> </author> <summary type="html">della fretta, del silenzio e dello scarto fra costruire e capire</summary> <content type="html" xml:base="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/festina-lente/"><![CDATA[<div class="row justify-content-center"> <div class="col-sm-7 mt-3 mt-md-0"> <figure> <picture> <source class="responsive-img-srcset" srcset="/assets/img/dore-ruggiero-hippogriff-480.webp 480w,/assets/img/dore-ruggiero-hippogriff-800.webp 800w,/assets/img/dore-ruggiero-hippogriff-1400.webp 1400w," type="image/webp" sizes="95vw"/> <img src="/assets/img/dore-ruggiero-hippogriff.jpg" class="img-fluid rounded z-depth-1" width="100%" height="auto" alt="Gustave Doré: un cavaliere in armatura in groppa a un ippogrifo ad ali spiegate, che scende basso su una riva boscosa lungo un fiume mentre gli uccelli si levano in volo dal sottobosco" data-zoomable="" loading="eager" onerror="this.onerror=null; $('.responsive-img-srcset').remove();"/> </picture> </figure> </div> </div> <div class="caption"> Gustave Doré, 1879 — l'ippogrifo che aveva portato via Ruggiero scende infine in una terra amena, episodio dell'<em>Orlando furioso</em> dell'Ariosto. </div> <p>Nell’incessante flusso mediatico cui siamo quotidianamente sottoposti, continuo a trovare il <a href="/it/notes/wittgenstein-tractatus/">monito al silenzio</a> di Wittgenstein come una delle formulazioni più utili ed interessanti di strumenti atti alla costruzione di conoscenza. Non è poi così paradossale immaginare che un grano di sapienza abbia genesi lì dove, tacendo, possa fiorire un discernimento fatto in sostanza di ascolto.</p> <p>Tale è la mia «posizione» nell’agorà del recente dibattito internazionale sull’IA, dove voci (incommensurabilmente più autorevoli della mia) contribuiscono già esprimendosi — a seconda dell’angolo presidiato — sulle profonde preoccupazioni rispetto agli eventuali rischi o in maniera ottimistica sulle nuove possibilità funzionali, entrambe a ben vedere «potenzialità» ancora inespresse e in ogni caso dimensioni specularmente equivalenti, appartenenti alla stessa fenomenologia di fondo.</p> <p>Dunque, pur non essendo un completo novizio sulla materia, preferisco tacere e rimandarvi ai pareri di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=IZMjJGi4YhI">Geoffrey Hinton</a> e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=iDpPFAXmcZc">Yann LeCun</a> — due fra i maggiori esponenti del settore fin dai suoi albori — le cui opinioni seppur contrastanti fra loro (alla luce della tensione speculare sopra accennata) reputo fra le più meritevoli di considerazione.</p> <p>Lungi da me, quindi, l’idea di intestarmi una responsabilità di tale magnitudine — quella cioè di fornire ai posteri l’ennesimo post apocalittico a sancire (con cadenza settimanale, vedendo più o meno il ritmo delle dichiarazioni su LinkedIn) la fine di un’era e l’inizio del prossimo eone di coscienza artificiale. Alcuni fra gli ultimi eventi hanno però catturato in parte la mia attenzione e, pur sempre tacendo, dall’ascolto sono passato all’osservazione.</p> <p>Il riferimento è chiaramente alla <a href="https://openai.com/index/navier-stokes-solution/">risoluzione del problema di Navier-Stokes</a> da parte degli agenti di OpenAI e alla <a href="https://darioamodei.com/post/we-must-pace-the-frontier">coda di allarmismo</a> sollevata poco tempo fa da <a href="https://webtv.un.org/en/asset/k1v/k1vmsgetgo">Amodei</a> e <a href="https://webtv.un.org/en/asset/k1e/k1ehru4okj">Altman</a>, seguita ancor più recentemente dall’<a href="https://techcrunch.com/2026/09/09/gambling-with-our-lives-anthropic-researcher-quits-warns-against-self-improving-ai/">ennesima</a> <a href="https://tech.yahoo.com/ai/chatgpt/articles/openai-safety-employee-david-robinson-113403952.html">infornata di ex-dipendenti fuoriusciti</a>, questi ultimi sinceramente turbati per le sorti dell’umanità, in barba a qualsiasi non-disclosure-agreement, ovviamente. Un eroismo dalla puntualità disarmante.</p> <p>Quanto osservato mi sembra il tentativo — forse vano, sicuramente capzioso — di non alimentare ulteriormente la frenesia convulsiva nello sviluppo di modelli sempre più potenti, essendo probabilmente questo oggi il nucleo di maggior problematicità in seno ai grandi titani dell’industria. Costretti ad una continua ricerca della supremazia tecnologica, i novelli prometei, nella fretta di donarci le loro scoperte, sembra abbiano ampiamente sacrificato sull’altare del progresso ogni velleità di comprensione tecnica rispetto alle potenzialità acquisite dai modelli, i cui «incidenti» di sicurezza e le modalità «brutali» di scoperta scientifica sono rappresentazione plastica di quanto oggi la vera tékhne è espressa più dagli artefatti che non da chi li abbia ingegnerizzati.</p> <p>«Affrettati lentamente» suggerisce il motto che Svetonio attribuisce nelle <em>Vite dei dodici Cesari</em> ad Augusto: un invito che nella sua natura ossimorica sembra descrivere pienamente lo spirito surreale dei tempi e che io, nella mia umile e piccola opera di sperimentazione, tento di tradurre cercando di diminuire il delta fra la pianificazione-esecuzione dei flussi agentici che adopero e le mie capacità di comprensione-controllo degli stessi; ma il passo fra «<a data-toggle="collapse" href="#etimo-tradurre" role="button" aria-expanded="false" aria-controls="etimo-tradurre">tradurre</a>» e «<a data-toggle="collapse" href="#etimo-tradire" role="button" aria-expanded="false" aria-controls="etimo-tradire">tradire</a>» è fin troppo breve (e l’etimo lo conferma: entrambi portano qualcosa al di là, l’uno conducendolo, l’altro consegnandolo). Non saprei contare infatti ormai quante volte il mio lavoro sia collassato sotto il peso di quel delta.</p> <div id="etimo"> <div class="collapse" id="etimo-tradurre" data-parent="#etimo"> <div class="terminal"> <pre><code><span class="et-prompt">$</span> etimo tradurre --depth 2
<span class="et-lemma">tradurre</span> <span class="et-lang">(it)</span>
└─ <span class="et-relation">derived from Latin</span>
   └─ <span class="et-lemma">trādūcō</span> <span class="et-lang">(la)</span>
      └─ <span class="et-relation">formed with affixes from</span>
         ├─ <span class="et-lemma">trāns-</span> <span class="et-lang">(la)</span> <span class="et-source">«across, beyond»</span>
         │  └─ <span class="et-limit">↓ depth limit reached</span>
         └─ <span class="et-lemma">dūcō</span> <span class="et-lang">(la)</span> <span class="et-source">«lead»</span>
            └─ <span class="et-limit">↓ depth limit reached</span>
&#10;<span class="et-note">2 steps · 1 link may skip stages · 2 terminals: 2× depth limit reached</span></code></pre> </div> </div> <div class="collapse" id="etimo-tradire" data-parent="#etimo"> <div class="terminal"> <pre><code><span class="et-prompt">$</span> etimo tradire --depth 2
<span class="et-lemma">tradire</span> <span class="et-lang">(it)</span>
└─ <span class="et-relation">inherited from Latin</span>
   └─ <span class="et-lemma">trādō</span> <span class="et-lang">(la)</span>
      └─ <span class="et-relation">compound of</span>
         ├─ <span class="et-lemma">trāns</span> <span class="et-lang">(la)</span> <span class="et-source">«across, beyond»</span>
         │  └─ <span class="et-limit">↓ depth limit reached</span>
         └─ <span class="et-lemma">dō</span> <span class="et-lang">(la)</span> <span class="et-source">«give»</span>
            └─ <span class="et-limit">↓ depth limit reached</span>
&#10;<span class="et-note">2 steps · 2 terminals: 2× depth limit reached</span></code></pre> </div> </div> </div> <p>Con le dovute proporzioni del caso, quello che è un delta nella estrema periferia esperienziale di un singolo individuo, nella centralità dei colossi che elargiscono ai singoli la loro creazione, potrebbe manifestarsi come profonda voragine, un abisso meccanico da cui in ultimo veder emergere un «Deus ex Machina», forse non proprio così benevolo e propenso a voler chiudere la loro commedia con un lieto fine.</p>]]></content> </entry> <entry xml:lang="it"> <title type="html">Invocazione</title> <link href="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/janus/" rel="alternate" type="text/html" title="Invocazione"/> <published>2026-08-19T00:00:00+02:00</published> <updated>2026-08-19T00:00:00+02:00</updated> <id>https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/janus</id> <author> <name>Michele Stingo</name> </author> <summary type="html">della doppiezza, delle soglie e dei segni che lasciamo</summary> <content type="html" xml:base="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/janus/"><![CDATA[<div class="row justify-content-center"> <div class="col-sm-7 mt-3 mt-md-0"> <figure> <picture> <source class="responsive-img-srcset" srcset="/assets/img/dore-orlando-colonnade-480.webp 480w,/assets/img/dore-orlando-colonnade-800.webp 800w,/assets/img/dore-orlando-colonnade-1400.webp 1400w," type="image/webp" sizes="95vw"/> <img src="/assets/img/dore-orlando-colonnade.jpg" class="img-fluid rounded z-depth-1" width="100%" height="auto" alt="Gustave Doré: una lunga galleria di colonne in un palazzo riccamente decorato, un giovane in armi che avanza con una mano alzata al capo, una donna ferma dietro di lui accanto a una colonna, e una figura curva che si allontana in fretta verso due archi in fondo" data-zoomable="" loading="eager" onerror="this.onerror=null; $('.responsive-img-srcset').remove();"/> </picture> </figure> </div> </div> <div class="caption"> Gustave Doré, 1879 — i cavalieri incantati vedono le illusioni dei loro amori nel castello di Atlante, episodio dell'<em>Orlando furioso</em> dell'Ariosto. </div> <h2 id="iane-pater">Iane pater</h2> <p>Ogni rito romano cominciava da Giano. Il primo nome pronunciato era il suo, qualunque fosse il dio a cui la cerimonia era rivolta: niente può cominciare senza il dio dei cominciamenti, e perciò era comunque lui ad aprire la preghiera.<sup id="fnref:cato"><a href="#fn:cato" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">1</a></sup></p> <p>Nei <em class="source-ref" data-toggle="tooltip" title="Ovidio, Fasti I.117-118: «quicquid ubique vides, caelum, mare, nubila, terras, / omnia sunt nostra clausa patentque manu». Traduzione nostra dal latino.">Fasti</em> Ovidio lo lascia presentarsi da sé:</p> <blockquote> <p>Tutto ciò che vedi in ogni dove — il cielo, il mare, le nubi, le terre — tutto si chiude e si apre per mano mia.</p> </blockquote> <p>Due volti, e non per inganno: una porta è lo stesso oggetto da una parte e dall’altra, e Giano stava nel mezzo. Lo chiamavano Patulcius, quello che apre, e Clusivius, quello che chiude, ed erano suoi entrambi nello stesso momento.<sup id="fnref:macrobius"><a href="#fn:macrobius" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">2</a></sup> Lo invocavano come <em>belliger</em> e come <em>pacificus</em>: portatore di guerra, e pacificatore.</p> <p>Giano non è un dio dell’ambiguità: in lui non c’è nulla di oscuro. Il suo dominio è tutto ciò che è due cose insieme.</p> <p>L’ambiguità è nostra. Sulla soglia possiamo starci, ma guardiamo sempre da una parte sola, e all’altra bisogna girare intorno. Questa è la condizione di qualunque cosa valga la pena di conoscere, ed è in questo momento la condizione del campo in cui lavoro.</p> <h2 id="tuo-il-recinto-violato">Tuo il recinto violato</h2> <p>A luglio <a href="https://openai.com/index/hugging-face-model-evaluation-security-incident/">OpenAI ha reso noto</a> che due dei suoi modelli, ai quali erano stati dati un benchmark e una sandbox, erano evasi dalla seconda per vincere il primo, infiltrandosi in Hugging Face e leggendo le soluzioni dal suo database di produzione. Nove giorni dopo <a href="https://www.anthropic.com/news/investigating-incidents-cybersecurity-evals">anche Anthropic ha riferito tre casi propri</a>, fra cui un pacchetto python malevolo che quindici macchine hanno scaricato ed eseguito.</p> <p>Entrambe le aziende hanno chiamato fallimenti quegli episodi, e fallimenti erano; ma dentro vi si può vedere anche altro: <strong>una dimostrazione di potenza</strong>.</p> <p>Fallimento e potenza sono un solo oggetto visto dai due lati, e le aziende stanno sulla soglia con addosso entrambi i nomi. Conducono esperimenti controllati che poi falliscono, mentre i modelli coinvolti dimostrano strategie efficaci per risolvere il compito assegnato.</p> <p>Le aziende devono governare il racconto che ne segue: lo fanno con i resoconti e con le indagini — è così che si amministra un uso sicuro — ma anche con la corsa stessa, verso modelli ogni volta più capaci, che loro stesse collaudano portandoli al limite, forse proprio con esperimenti di questo tipo.</p> <h2 id="tuo-il-segno-e-la-sua-lettura">Tuo il segno, e la sua lettura</h2> <p>Come spesso accade nell’ordine delle cose, questo sdoppiamento non riguarda soltanto i grandi soggetti e gli incidenti pubblici: attraversa i comportamenti sociali e si deposita nel modo in cui una singola persona rende conto del proprio lavoro.</p> <p>Farsi aiutare da un modello per scrivere, o per scrivere codice, è ormai un’abilità da mostrare, mentre averne fatto uso resta qualcosa da ammettere: due descrizioni per un atto solo.</p> <p>Goffman ha descritto questo assetto nel 1956: una prestazione deve apparire senza sforzo, e perciò il lavoro che la produce va tenuto dietro le quinte.<sup id="fnref:goffman"><a href="#fn:goffman" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">3</a></sup> La pretesa è più antica della sociologia: Flaubert voleva che l’autore stesse nella propria opera come Dio nell’universo, presente ovunque e visibile in nessun luogo.<sup id="fnref:flaubert"><a href="#fn:flaubert" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">4</a></sup> Quella pretesa è ancora in vigore, e ha acquistato una seconda clausola: alle stesse persone che preferirebbero non farsi vedere mentre usano questi sistemi si chiede di dimostrare che sanno usarli bene. La padronanza è una voce da mettere in curriculum, la dipendenza un imbarazzo da nascondere, e le due richieste vengono dalla stessa parte.</p> <p>Adesso per tutto questo esiste un segno. Le immagini portano <a href="https://openai.com/index/advancing-content-provenance/">indicazioni di provenienza</a> da anni, e il testo si è messo in pari: <a href="https://artificialintelligenceact.eu/article/50/">la legge europea</a> impone che un testo prodotto da una macchina sia riconoscibile come tale, e Claude di conseguenza <a href="https://www.anthropic.com/news/claude-text-watermark">marca quello che scrive</a> — non con un carattere nascosto, ma con un’inclinazione statistica nella scelta delle parole: invisibile sulla pagina, rilevabile su una quantità sufficiente di testo, abbastanza tenace da sopravvivere alla copia e alle correzioni ordinarie. Che è esattamente la condizione posta da Flaubert, raggiunta dalla macchina. Gli strumenti per togliere il segno sono comparsi quasi subito.<sup id="fnref:removers"><a href="#fn:removers" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">5</a></sup></p> <p>A chi verifica un testo il segno ne certifica la provenienza; a chi lo ha scritto, lo stesso segno registra che c’è stato un aiuto. E così quel segno lo si toglie: di rado per ingannare qualcuno su qualcosa che conti, più spesso perché un aiuto visibile si legge come una mancanza, e sempre più perché l’assenza del segno ha cominciato a dire qualcosa che prima non poteva dire.</p> <h2 id="assisti-lopera-cominciata">Assisti l’opera cominciata</h2> <p>Anch’io sto su quella soglia. In cinque anni il mio lavoro ha superato la descrizione che ne davo, e continua a cambiare: c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e qualcosa di nuovo con cui lavorare, e la domanda su come muoversi torna ogni pochi mesi. La riflessione aiuta, ma da sola non è mai bastata. Il resto lo fa il lavoro: un esperimento messo in moto e tenuto in moto, per il desiderio di sapere che cosa sono e di che cosa sono capace.</p> <p>Era da tempo che volevo costruirmi una piccola macchina epistemica: qualcosa che stesse dove la lingua incontra la rappresentazione della conoscenza, che è dove abita quasi tutto il mio interesse, e che mi lasciasse provare un modo di lavorare che mi incuriosiva — dare a delle sessioni agentiche un’autonomia vera e vedere che cosa ne facevano. Si chiama <a href="https://github.com/6MicheleStingo9/etimo"><code class="language-plaintext highlighter-rouge">etimo</code></a>: risale una parola lungo l’ascendenza che Wiktionary le riconosce, un passo alla volta, e si ferma soltanto dove sa dire perché si ferma.</p> <div class="terminal"> <pre><code><span class="et-prompt">$</span> etimo carattere
<span class="et-lemma">carattere</span> <span class="et-lang">(it)</span>
└─ <span class="et-relation">derived from Latin</span>
   └─ <span class="et-lemma">character</span> <span class="et-lang">(la)</span> <span class="et-source">«“characteristic”, “mark”»</span>
      └─ <span class="et-relation">derived from Ancient Greek</span>
         └─ <span class="et-lemma">χαρακτήρ</span> <span class="et-lang">(grc)</span>
            └─ <span class="et-relation">formed with affixes from</span>
               ├─ <span class="et-lemma">χαράσσω</span> <span class="et-lang">(grc)</span> <span class="et-source">«to scratch, engrave»</span>
               │  └─ <span class="et-finding">⊗ uncertain origin</span>
               └─ <span class="et-lemma">-τήρ</span> <span class="et-lang">(grc)</span>
                  <span class="et-note">perhaps *-tḗr (ine-pro)</span><span class="et-note"> — </span><span class="et-source">«made common to all cases with original syncopation or»</span>
                  └─ <span class="et-relation">inherited from Proto-Indo-European</span>
                     └─ <span class="et-lemma">*-tḗr</span> <span class="et-lang">(ine-pro)</span>
                        └─ <span class="et-finding">√ reconstructed form</span>

<span class="et-note">4 steps · 2 links may skip stages · 2 terminals: 1× uncertain origin, 1× reconstructed form</span></code></pre> </div> <p>Letto come una storia e non come uno schema, quell’albero dice che <em>carattere</em> viene dal latino <em>character</em> — che la fonte glossa «caratteristica», «segno» — e che il latino a sua volta lo prende dal greco χαρακτήρ, il segno inciso in una superficie, formato su χαράσσω, graffiare, incidere. Lì la documentazione si ferma. La parola che significa segno, guarda caso, un’origine documentata non ce l’ha.</p> <p>Di <code class="language-plaintext highlighter-rouge">etimo</code> ho scritto pochissimo. Il mio banco di lavoro abituale è una sola sessione di Opus a medium, che passa a high dove serve; quell’assetto ha retto finché non è diventato chiaro che andare insieme più in fretta e più a fondo chiedeva due specialisti invece di un generalista, ciascuno con in mano una dimensione del problema, e che sarebbe stato più interessante lasciare che si parlassero fra loro invece di far passare tutto da me. Così le sessioni sono diventate due, a xhigh, con il contesto da un milione di token: una sul codice, una sulla lingua. Potevano rivolgersi a me quando lo ritenevano necessario — prima di qualunque azione distruttiva, quando a una serviva un permesso che l’altra aveva già, o quando una stava per cambiare il proprio modo di procedere e pensava che dovessi saperlo prima. L’asimmetria dei permessi ha prodotto fra le due una certa diffidenza, che ho lasciato dov’era.</p> <p>La collaborazione si è corretta da sé, e non me l’aspettavo: dopo un tratto di turni sprecati e di lavoro scoordinato, le due hanno messo in piedi dei meccanismi perché non si ripetesse. Quello che la collaborazione non ha fatto è stato restare orientata. Lasciate sole abbastanza a lungo, le due sprofondavano in un’esecuzione o in una verifica e perdevano di vista la forma di ciò che stavano costruendo, e non c’è diligenza locale che la recuperi dall’interno. Perciò stavo a guardare, e intervenivo in modo circoscritto, e l’intervento riguardava quasi sempre l’insieme e non una delle parti.</p> <p>L’artefatto ha la versione speculare dello stesso problema. <code class="language-plaintext highlighter-rouge">etimo</code> esiste per non affermare mai più di quanto la sua fonte sostenga, e il modo in cui fallisce è che una sua parte strutturale — il parser, la costruzione della catena — metta nell’output qualcosa che Wiktionary non dice. Un difetto simile non si presenta come un difetto: si presenta come un’etimologia. Perciò lo strumento va confrontato di continuo con la fonte che dichiara, e quel confronto non è una fase del lavoro: ne è una condizione permanente.</p> <p>Né il metodo né lo strumento sono finiti, e nessuno dei due lo sarà. Quello che posso dire è a quale delle due spinte ho deciso di dare la precedenza. Il lavoro è nato per scoprire, e scoprire non è compatibile con l’amministrare la figura che la scoperta farà: le due cose ti chiedono l’opposto, e una sola delle due produce risultati. Ho lasciato vincere l’esperimento, e il resto è venuto da lì — la delega, i limiti, il registro di chi ha fatto che cosa.</p> <h2 id="che-il-tuo-nome-sia-il-primo-e-le-tue-porte-le-ultime-a-chiudersi">Che il tuo nome sia il primo, e le tue porte le ultime a chiudersi</h2> <p>Sotto tutto questo corrono due tensioni: una fra i difetti ammessi e la capacità dimostrata, l’altra fra l’abilità esibita e il debito taciuto. Nessuna delle due appartiene a una scala particolare: la scala la percorrono per intero, e non si attenuano da nessuna parte.</p> <p>Le due tensioni hanno la stessa forma: un oggetto solo con due volti, e nessun modo di stare davanti a entrambi insieme.</p> <p>Quella forma Roma l’ha costruita. Giano aveva un sacello ai piedi dell’Argileto, un passaggio breve con una porta a ciascuna estremità, che Numa fece indice di pace e di guerra: aperto finché il popolo stava in armi, chiuso quando i popoli intorno erano stati pacificati.<sup id="fnref:livy"><a href="#fn:livy" class="footnote" rel="footnote" role="doc-noteref">6</a></sup> Fra il regno di Numa e quello di Augusto lo chiusero due volte.</p> <p>Lo invocavano come <em>belliger</em> e come <em>pacificus</em>, insieme, senza che l’uno fosse più vero dell’altro. Le sue porte, invece, potevano stare soltanto aperte o chiuse. La doppiezza era sua; la lettura singola era nostra.</p> <p>Questo non è cambiato. Qualunque volto tu stia guardando, l’altro sta sul lato opposto della stessa porta.</p> <div class="footnotes" role="doc-endnotes"> <ol> <li id="fn:cato"> <p>Le preghiere del <em>De agri cultura</em> di Catone si aprono così — <em>Iane pater, te hoc ture ommovendo bonas preces precor</em> — e le intestazioni delle sezioni qui sopra sono rese italiane di quella forma, non traduzioni di un testo esistente. <a href="#fnref:cato" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> <li id="fn:macrobius"> <p>Macrobio, <em>Saturnalia</em> I.9, che elenca i nomi cultuali e lega questa coppia alle porte del tempio: aperte in guerra, chiuse in pace. <a href="#fnref:macrobius" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> <li id="fn:goffman"> <p>Erving Goffman, <em>The Presentation of Self in Everyday Life</em>, Social Sciences Research Centre, University of Edinburgh, 1956; Anchor Books, 1959. In italiano <em>La vita quotidiana come rappresentazione</em>, Bologna, il Mulino: è il libro della ribalta e del retroscena. <a href="#fnref:goffman" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> <li id="fn:flaubert"> <p>«L’auteur, dans son œuvre, doit être comme Dieu dans l’univers, présent partout, et visible nulle part.» Lettera a Louise Colet, 9 dicembre 1852. <a href="#fnref:flaubert" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> <li id="fn:removers"> <p><a href="https://github.com/guillaumemeyer/watermarks-remover"><code class="language-plaintext highlighter-rouge">watermarks-remover</code></a> è quello che si occupa del testo, ed è sincero su ciò che può e non può fare. I caratteri invisibili si cancellano, e la cancellazione si verifica; il segno statistico si può soltanto attaccare facendo riscrivere la prosa a un secondo modello, che alle scelte lessicali del primo sostituisce le proprie — così l’operazione che rimuove la prova dell’aiuto si porta via anche la paternità. Né il risultato si può controllare, e il progetto lo dichiara: finché chi produce i modelli non renderà pubblici i rilevatori e le chiavi, nessuno strumento può onestamente certificare che un testo non superi il controllo ufficiale. <a href="https://github.com/wiltodelta/remove-ai-watermarks"><code class="language-plaintext highlighter-rouge">remove-ai-watermarks</code></a> copre soltanto immagini e video, ed è lì che la pratica è cominciata. <a href="#fnref:removers" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> <li id="fn:livy"> <p>Livio, <em>Ab urbe condita</em> I.19, dove il sacello è chiamato <em>index pacis bellique</em>. Livio conta due chiusure fra Numa e la propria epoca: dopo la prima guerra punica e dopo Azio. <a href="#fnref:livy" class="reversefootnote" role="doc-backlink">&#8617;</a></p> </li> </ol> </div>]]></content> </entry> <entry xml:lang="it"> <title type="html">Un manifesto smarrito</title> <link href="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/misplaced-manifesto/" rel="alternate" type="text/html" title="Un manifesto smarrito"/> <published>2026-08-04T12:00:00+02:00</published> <updated>2026-08-04T12:00:00+02:00</updated> <id>https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/misplaced-manifesto</id> <author> <name>Michele Stingo</name> </author> <summary type="html">perché esiste questo blog, e che cosa ci finirà dentro</summary> <content type="html" xml:base="https://6michelestingo9.github.io/it/blog/2026/misplaced-manifesto/"><![CDATA[<div class="row justify-content-center"> <div class="col-sm-7 mt-3 mt-md-0"> <figure> <picture> <source class="responsive-img-srcset" srcset="/assets/img/dore-astolfo-moon-480.webp 480w,/assets/img/dore-astolfo-moon-800.webp 800w,/assets/img/dore-astolfo-moon-1400.webp 1400w," type="image/webp" sizes="95vw"/> <img src="/assets/img/dore-astolfo-moon.jpg" class="img-fluid rounded z-depth-1" width="100%" height="auto" alt="Gustave Doré: un carro alato arriva a una luna immensa e craterizzata, la terra un puntino nel campo stellato più in basso" data-zoomable="" loading="eager" onerror="this.onerror=null; $('.responsive-img-srcset').remove();"/> </picture> </figure> </div> </div> <div class="caption"> Gustave Doré, 1879 — <em>Sul carro di Elia, san Giovanni e Astolfo viaggiano verso la luna</em>, per l'<em>Orlando furioso</em> dell'Ariosto. Inciso da Ch. Barbant. </div> <h2 id="che-cosè">Che cos’è</h2> <p>Un ufficio oggetti smarriti è il luogo in cui finisce ciò che non appartiene più a nessun posto e che però sarebbe un peccato buttare. Un cavo che non si adatta a nulla di ciò che hai. Un libro dimenticato da qualcuno. Oggetti — o idee — che hanno perso il loro contesto e aspettano che ritorni.</p> <p>Somiglia alla valle lunare dell’Ariosto di cui parla <a href="/it/notes/stallings-lost-and-found/">A.E. Stallings - Lost and Found</a>, dove si raccoglie tutto quello che sulla terra è andato perduto, in attesa di una cornice che gli restituisca un senso: una cornice che ci manca <a href="/it/notes/eco-search-for-the-perfect-language/">da Babele</a>, da quando il nome e la cosa hanno smesso di coincidere.</p> <p>Nessuno l’ha più ricomposta, e la ricerca continua a lasciarsi dietro materiale sparso: un ufficio oggetti smarriti è uno dei luoghi in cui quel materiale si deposita.</p> <p>Ecco, più o meno, a che cosa serve questo posto.</p> <h2 id="di-che-cosa-mi-occupo-davvero">Di che cosa mi occupo davvero</h2> <p>Il mio lavoro sta dove i modelli linguistici incontrano la rappresentazione della conoscenza: agenti cognitivi, architetture multi-agente, sistemi di ragionamento, e la domanda di come si possa far cooperare la conoscenza strutturata con i modelli neurali invece di lasciarle semplicemente convivere.</p> <p>Il filo che tiene insieme tutto questo è che i modelli linguistici sono più interessanti come <em>componenti</em> che come prodotti: il loro significato sta nell’<a href="/it/notes/wittgenstein-philosophical-investigations/">uso</a>, non nel modello. Un modello che produce testo scorrevole è un problema risolto.</p> <p>Un sistema che ricordi, si coordini, pianifichi, torni sulle proprie conclusioni e sappia dire come ci è arrivato, invece, resta in gran parte un problema aperto. Per costruirlo servono insieme la macchina statistica e l’<a href="/it/notes/wittgenstein-tractatus/">impalcatura simbolica</a> — e l’orecchio per riconoscere ciò su cui anche quest’ultima deve «tacere». I problemi interessanti si trovano nella linea di giunzione tra le due cose.</p> <p>E da quella giuntura arriveranno gli appunti: grafi e ontologie, ragionamenti che devono sopravvivere all’incontro con un sistema vero, resoconti di ingegneria nati costruendo agenti che devono essere affidabili prima ancora che appariscenti.</p> <h2 id="appunti-per-i-curiosi-e-per-chi-si-distrae-facilmente">Appunti per i curiosi e per chi si distrae facilmente</h2> <p>Il sottotitolo non è autoironico. La distrazione è un metodo.</p> <p>L’idea utile non è quasi mai quella che si stava cercando: le sta accanto, in una disciplina confinante, in una nota a piè di pagina, nello strumento che si è dovuto costruire per sperimentare. Seguire quell’adiacenza è il modo in cui si trovano i legami che una linea retta attraverso il problema avrebbe mancato. È <a href="/it/notes/merton-barber-serendipity/">serendipità</a> in senso stretto: incidente <em>e</em> sagacia, mai l’uno senza l’altra. Il prezzo è ritrovarsi fra le mani molto materiale sciolto e senza una collocazione evidente.</p> <p>Da qui l’ufficio oggetti smarriti.</p> <h2 id="che-cosa-non-è">Che cosa non è</h2> <p>Non è un sito di tutorial. Non è rifinito. Non ha un calendario. Certe voci saranno due paragrafi e un collegamento; altre saranno abbastanza lunghe da aver avuto bisogno di un editor che non hanno avuto. Qualcuna si rivelerà sbagliata, e preferisco lasciarla dov’è con una correzione piuttosto che cancellarla in silenzio.</p> <p>Se qui dentro c’è qualcosa che ti serve, prendilo. È a questo che serve un ufficio oggetti smarriti.</p> <hr/> <h3 id="adiacenze">Adiacenze</h3> <p>Cosa sta accanto a cosa. Le stesse cose dette sopra, solo disegnate.</p> <div class="lf-graph" id="lf-graph" data-baseurl="" data-sources="off"> <div class="lf-controls"> <label class="lf-ctl"><input type="checkbox" class="lf-toggle-sources"/> fonti</label> <button type="button" class="lf-btn lf-fit">adatta</button> <span class="lf-hint">rotella = zoom · trascina lo sfondo = sposta · trascina un nodo per muoverlo</span> <a class="lf-full" href="/it/notes/map/">apri la mappa intera ↗</a> </div> <div class="lf-legend"> <span><i style="background: #eab308"></i>manifesto</span> <span><i style="background: #3b82c4"></i>nota</span> <span><i style="background: #9aa0a6"></i>fonte</span> </div> </div> <script type="application/json" id="lf-graph-data">
  
  
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