Umberto Eco - La ricerca della lingua perfetta
Eco e l'ossessione europea per una lingua perfetta, perduta a Babele e inseguita da allora.
Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea — Roma-Bari: Laterza, 1993, nella collana «Fare l’Europa» diretta da Jacques Le Goff.
Eco racconta un’ossessione europea: quella per una lingua perfetta, in cui il nome e la cosa nominata coincidano senza residui — nessuno scarto, nessuna ambiguità, il mondo finalmente leggibile per intero. L’originale perduto è adamitico: la lingua primigenia, quella in cui dare un nome agli animali voleva dire coglierne la natura, il nome «motivato» di cui discute il Cratilo. A Babele quella lingua va in pezzi, e da lì comincia la confusione delle lingue.
Quello che viene dopo, nel racconto di Eco, è una ricerca senza fine, perché il suo oggetto è per principio irraggiungibile: una lingua che dica tutto e definitivamente non è il genere di cosa a cui si arrivi. La combinatoria cabalistica, l’ars di Raimondo Lullo, i geroglifici egizi, le lingue filosofiche a priori del Seicento, la characteristica universalis di Leibniz, fino all’esperanto: ogni tentativo si avvicina a un orizzonte che intanto arretra.
Ma il fallimento, ed è il punto su cui Eco torna, è fecondo. La lingua perfetta non arriva mai; arriva tutto il resto, prodotto per strada mentre la si inseguiva — la logica formale, la tassonomia, la combinatoria, gli antenati lontani dei linguaggi con cui lavoro oggi. È la nota dietro la frase del manifesto smarrito sulla ricerca che «continua a lasciarsi dietro materiale sparso»: la metà temporale della metafora su cui il blog è fondato, e il contrappeso alla valle di A.E. Stallings - Lost and Found. Dove Stallings dà alla perdita un luogo, Eco le dà una durata — non dove le cose vanno a finire, ma perché cercarle non finisce.