Merton & Barber - Viaggi e avventure della serendipity
Merton e Barber seguono una parola: serendipity è l'accidente più la sagacia di riconoscerlo.
Robert K. Merton ed Elinor Barber, Viaggi e avventure della Serendipity. Saggio di semantica sociologica e sociologia della scienza — scritto nel 1958, uscito per la prima volta in italiano a Bologna, il Mulino, 2002, nella traduzione di M. L. Bassi; l’edizione inglese, The Travels and Adventures of Serendipity, arriva solo due anni dopo, Princeton University Press, 2004.
È la biografia di una parola. Merton e Barber seguono serendipity dal momento in cui viene coniata — Horace Walpole, in una lettera del 1754, la ricava dalla fiaba dei tre principi di Serendippo, che «facevano continuamente scoperte, per caso e per sagacia, di cose che non andavano cercando» — e la seguono mentre attraversa due secoli ed entra nelle scienze, cambiando di mano e di senso lungo la strada. È quella che i due chiamano semantica sociologica: non che cosa una parola significhi, ma come viaggia.
La metà che regge tutto è e per sagacia. Serendipity non è mai stata un sinonimo di fortuna: è l’accidente più la mente preparata che riconosce quanto vale l’accidente. Merton aveva già dato all’idea una forma tecnica, il serendipity pattern della ricerca: il dato imprevisto, anomalo e strategico che diventa l’occasione di una teoria nuova. È la versione rigorosa del «la distrazione è un metodo» del manifesto smarrito, e la ragione per cui seguire un’adiacenza è un metodo e non un andare alla deriva.
Poi il libro fa esattamente quello di cui parla. Scritto nel 1958, resta inedito per più di quarant’anni e riaffiora alla fine in italiano, prima che nella propria lingua; e l’«originale» inglese in certi punti è stato ricostruito da pagine consumate dal tempo e ritradotto dall’italiano. Uno studio su una parola che ha vagato prima di trovare casa; e lo studio, a sua volta, ha vagato prima di trovare casa. Non esiste oggetto più adatto a un ufficio oggetti smarriti: uno studio sulla scoperta non cercata, rimasto a lungo non cercato. (Per un’altra parola perduta e inseguita attraverso la cultura europea, si veda Umberto Eco - La ricerca della lingua perfetta.)