Ludwig Wittgenstein - Tractatus logico-philosophicus

Il primo Wittgenstein: il linguaggio come raffigurazione del mondo, fino al limite oltre il quale deve tacere.

Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus — uscito come Logisch-Philosophische Abhandlung negli Annalen der Naturphilosophie nel 1921. In italiano la traduzione di riferimento è quella di Amedeo G. Conte, Torino: Einaudi, 1964.

Sette proposizioni numerate, ognuna tranne l’ultima ramificata in un albero decimale di proposizioni minori, che vanno dal mondo come totalità dei fatti fino al margine di ciò che si può dire. Al centro c’è la teoria raffigurativa: una proposizione sensata è la raffigurazione di un fatto possibile, e può raffigurare il mondo solo perché con esso condivide la forma logica. Il linguaggio rispecchia la realtà; ciò che si può dire si dice in quella forma esatta, e il resto non è falso — è privo di senso.

Questo è il primo Wittgenstein, quello simbolico, e la sua ambizione è cugina della lingua perfetta di Umberto Eco - La ricerca della lingua perfetta, e di ogni ontologia formale venuta dopo: una notazione che disponga il mondo senza lasciare resti. È l’istinto dietro l’«impalcatura simbolica» del manifesto smarrito.

Ma il libro traccia da sé il proprio limite. Dove la forma logica si esaurisce, si esaurisce anche il dire: l’etica, il mistico, il senso del mondo non si possono enunciare — contro quel margine ci si può solo urtare. La settima proposizione sta da sola, senza commento:

Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen. Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.

È il silenzio a cui il manifesto smarrito tiene «l’orecchio»: il confine di ciò che un sistema simbolico può rappresentare. Il secondo Wittgenstein avrebbe demolito la teoria raffigurativa per ricominciare dall’uso — si veda Ludwig Wittgenstein - Ricerche filosofiche.